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Scontri al confine tra Messico e USA Alcuni migranti hanno provato a scavalcare le recinzioni, i soldati statunitensi hanno risposto con lacrimogeni

Domenica 25 novembre un gruppo di 500 migranti, giunti in Messico in queste ultime settimane dopo aver viaggiato in carovana per più di 4000 km, ha marciato per le strade di Tijuana, città al confine con gli USA; dalla città la protesta si è spostata fino ad arrivare al confine con la California. A quel punto, alcuni tra i manifestanti sono riusciti a superare il cordone di sicurezza e hanno cominciato a correre verso le recinzioni per scavalcarle. I soldati statunitensi di guardia al confine hanno iniziato a sparare gas lacrimogeni sulla folla per far sì che si disperdesse e tornasse indietro.

L’uso dei lacrimogeni ha colpito anche diverse donne e bambini e ciò ha scatenato diverse polemiche. Secondo Rodney Scott, ufficiale dei Border Patrol agents ovvero la polizia di frontiera, i migranti avrebbero aggredito i soldati lanciando loro pietre, provocando la dura risposta: “abbiamo provato a colpire solo gli istigatori, in particolare quelli che avevano assalito gli agenti, ma una volta che quel tipo di gas viene lanciato si disperde nell’aria”.

La ONG American Friends Service Committee (AFSC) ha duramente criticato le modalità di repressione utilizzate dai soldati. Pedro Ríos, direttore del Mexico Border Program dell’AFSC ha dichiarato che “le autorità statunitensi dovrebbero investire le loro risorse nell’elaborazione delle richieste di asilo e nella tutela dei diritti umani”.

La risposta del governo Usa non si è fatta attendere: il valico di San Ysidro è stato immediatamente chiuso per qualche ora ed il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha autorizzato i militari ad usare tutta la forza necessaria.

Il ministro dell’Interno messicano, Alfonso Navarrete, ha assicurato che verranno aumentate le misure di sicurezza ai confini e ha dichiarato di aver già deportato centinaia di migranti arrestati domenica.

La gestione della crisi però vedrà come protagonista, assieme a Trump, il nuovo presidente del Messico López Obrador, che si insedierà il prossimo 1 dicembre. Il nuovo governo messicano vorrebbe infatti lavorare ad un nuovo accordo con gli Usa per rimodellare il sistema di asilo statunitense, rivelatosi debole ed impotente dinanzi alle numerose richieste inoltrate dai migranti; inoltre il Messico necessiterebbe ulteriori risorse per accogliere i migranti, ora stipati al confine.

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