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Palestina c. Stati Uniti: il caso davanti alla CIG Il trasloco dell’ambasciata statunitensefonte di nuove tensioni tra i due Stati

Che l’inaugurazione della nuova ambasciata statunitense a Gerusalemme potesse essere un casus belli per ulteriori tensioni e violenze era scontato. Che la Palestina decidesse di intraprendere anche la via del contenzioso internazionale, un po’ meno. Eppure, è proprio ciò che è avvenuto.

Il 28 settembre scorso, infatti, la Palestina si è rivolta ufficialmente alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) chiamando in causa gli Stati Uniti per la (presunta) violazione della Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche (1961), che sarebbe risultata dal trasferimento della rappresentanza diplomatica statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme.

A tal proposito la Palestina ritiene che sia proprio lo special character di Gerusalemme, riconosciuto diffusamente dalla comunità internazionale, a venir meno conseguentemente alla decisione degli Stati Uniti. Tale azione, dunque, comporterebbe la violazione della Convenzione in quanto “It is undeniable that the Convention was conceived as a tool for the pacification of international relations”. Inoltre, e più specificatamente, la Palestina sostiene che l’art. 3 della Convenzione imponga alle rappresentanze diplomatiche di svolgere le proprie funzioni “in the receiving State”. Gerusalemme non è territorio Israeliano e dunque il trasloco della rappresentanza non sarebbe legittimo.

Le basi della giurisdizione della Corte internazionale, secondo l’applicant, risiederebbero nell’articolo 1 del Protocollo Addizionale alla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche “concerning the Compulsory Settlement of Disputes”, in quanto “the State of Palestine acceded to the Vienna Convention on Diplomatic Relations on 2 April 2014 and to the Optional Protocol on 22 March 2018 whereas the United States of America has been a party to both these instruments since 13 November 1972”. Su questo, tra gli altri aspetti, bisognerà aspettare la pronuncia della Corte per sondarne la correttezza.

Il caso, oltre ai connessi aspetti culturali e politici, risulta estremamente interessante per i risvolti giuridici che potrà proporre. Sotto molti punti di vista il procedimento risulta estremamente complesso sia in termini di admissability sia di jurisdiction; uno fra tutti la vexata quaestio della personalità giuridica dello Stato di Palestina, la quale sarà, presumibilmente, sollevata dagli Stati Uniti nelle preliminary objections.

Inoltre, un’altra problematica potrebbe sorgere dall’impossibilità della Corte di giudicare in presenza di un legal interest di una terza parte, come enunciato dal Monetary Gold principle. In questo caso, infatti, sarebbe Israele a dover intervenire come third party nel procedimento, possibilità questa che, evidentemente, è alquanto difficile accada.

Come si comporteranno, dunque, gli Stati Uniti? Decideranno di difendersi nel merito oppure ricorreranno alla – già praticata – via della non-appearance? Quest’ultima possibilità, tuttavia, come il Nicaragua case (1986) dimostra, raramente sembra essere una strategia consigliabile.

Insomma, un caso di Davide contro Golia non nuovo per la Corte internazionale che, sebbene alcuni osservatori ritengano sia già segnato da un esito scontato, potrebbe invece rilevarsi una grande possibilità per chiarire alcuni aspetti internazionalmente dibattuti.

La CIG, coglierà o meno l’opportunità?

Pierre Clement Mingozzi

Maturità Classica
Laurea Triennale in Scienze Internazionali dello Sviluppo e della Cooperazione
Anno accademico 15/16 presso Sciences Po Toulouse
Inscritto alla specialistica in “Studi Giuridici Europei”, Dipartimento di Giurisprudenza, Università di Torino
Coposervizio della sezione “Diritto Internazionale ed Europeo”, MSOI thePost

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