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Nigeria, l’affaire Eni-Shell prosegue Dal 2011, stimate a 6 miliardi di dollari le perdite subite dal Paese africano

I riflettori sono puntati di nuovo su quello che è stato definito “il processo del secolo”, ovvero l’inchiesta partita dal tribunale di Milano sull’accordo siglato dal governo nigeriano con i due giganti energetici ENI e Shell nel 2011.

Al processo sono chiamati in qualità di imputati oltre alle due società, altre 13 persone tra cui l’amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi, con il suo predecessore. Oggetto del processo è il contratto con cui i due colossi dell’energia hanno acquisito i diritti di sfruttamento di uno dei più ricchi giacimenti petroliferi del Delta del Niger, OPL245. Secondo l’accusa, le due compagnie avrebbero versato una somma di circa 1,3 miliardi di dollari, sapendo che gran parte di questo denaro sarebbe finito non nelle casse dello Stato, bensì in tasche private.

Le indagini hanno ricostruito che l’allora ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete ha ricevuto questa somma di denaro tramite una società occulta di sua proprietà, chiamata Malabu. In seguito, il Ministro avrebbe usato i soldi per corrompere burocrati locali ed  esponenti chiave del governo, compreso l’ex Presidente. A dare nuovo vigore all’accusa, l’associazione Global Witness, che ha recentemente pubblicato le proprie indagini svolte sul caso. Il contratto di sfruttamento di OPL245 è stato concluso con un forte vantaggio delle compagnie petrolifere a danno dello Stato nigeriano, che l’associazione stima aggirarsi attorno ai 6 miliardi di dollari.

Il caso di Eni e Shell è un esempio di come le immense risorse di un Paese possano portare profitto soltanto a pochi. Ava Lee, attivista di Global Witness, parla di come quei soldi sarebbero potuti servire per formare 6 milioni di nuovi insegnanti, oltre che per potenziare svariati altri ambiti in cui il Paese risulta molto carente. Si spera che la scia di questo maxi-processo possa portare al cambiamento dell’industria petrolifera e del modo con cui essa conduce i propri affari all’estero. Si parla già di un possibile nuovo accordo che potrebbe subentrare al precedente. Starà al presidente nigeriano Buhari avere l’ultima parola, anche se in molti lo sconsigliano dall’accettare.

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