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Il finanziamento del peacekeeping da parte degli Stati Uniti L’evoluzione del sistema di finanziamento statunitense negli anni

Il sistema di finanziamento del peacekeeping è stato ideato e studiato insieme alla nascita del fenomeno stesso, nei primi anni ‘60 del secolo scorso.

Fin dagli albori di questa prassi, gli Stati Unitisi sono distinti per essere fra i contributori di primissimo piano. L’apice di questo trend, già in crescita, si è poi registrato nei primi anni ’90, quando la Casa Bianca contribuiva per un terzo del budget totale.

Tuttavia, nel 1994 il Congresso ha votato e deciso in modo unilaterale di imporre un tetto finanziario. Da quell’anno, infatti, l’amministrazione statunitense non può contribuire, per legge, a più del 25%del budget totale del peacekeeping delle Nazioni Unite.

La storia delle contribuzioni a stelle e strisce ha subito un’ulteriore evoluzione dal 1995 al 2002, quando il Congresso ha deciso di tornare sui suoi passi e decise di rimuovere l’ostacolo del tetto finanziario massimo, permettendo, di conseguenza, agli Stati Uniti di pagare, nella loro interezza, quanto dovuto.

Nell’anno fiscale 2018-2019, però, l’amministrazione del presidente Trump ha destinato somme per il 28%, per un totale di 1,4 miliardi di dollari, delle spese totali del Palazzo di Vetro nel campo del mantenimento della pace (attestandosi su un livello decisamente maggiore rispetto ad ogni altro Stato Membro).

Questo è reso possibile dal fatto che dal 2013, sotto la presidenza di Barack Obama, è stato deciso di usare il sistema dei crediti”, per colmare il gap tra il limite massimo di spesa e quanto è effettivamente dovuto all’ONU. Questi crediti si formano quando una missione di peacekeeping costa meno di quanto era stato stimato dal primo budget di previsione; i finanziamenti vengono quindi accantonati per essere riutilizzati nell’anno fiscale successivo. Non si tratta di un processo che avviene in automatico, poiché è il Congresso a decidere del loro utilizzo.

Nel 2017, ad esempio, l’amministrazione Trump, in aperto contrasto con le politiche ONU, che sono poi sfociate nel ritiro del seggio USA dall’UNESCO, decise di non utilizzare i crediti dell’anno successivo e si attestò sul prestabilito 25%.

Per rendere un’idea dell’enormità del problema di una soglia arbitraria basti pensare che se gli Stati Uniti per altri 3 anni si fermassero al 25% sarebbero in debito con le Nazioni Unite per più di 1 miliardo di dollari.

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