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BREXIT: un percorso ad ostacoli I risultati ottenuti e gli obiettivi da raggiungere

Di Federica Cannata

Domenica 25 novembre, i 27 Capi di Stato e di Governo dell’Ue hanno approvato l’accordo di uscita del Regno Unito dall’Unione. Si articola in due parti e regola questioni come il confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, i diritti dei cittadini Ue, le spese di cui deve farsi carico a causa del recesso e, in ultimo, prevede un periodo di transizione che, fino a dicembre 2020, farebbe rimanere – in base al c.d. backstoptutto il Regno Unito nell’unione doganale e nel mercato unico.  Si tratta di un consenso tutt’altro che scontato visto che, da una parte, i leader dell’Ue avrebbero potuto chiedere ulteriori condizioni per la c.d. “parità competitiva”, ovvero avanzare nuove istanze. Dall’altra, Madrid minacciava di non votarlo per la questione di Gibilterra che, invece, si è risolta con l’accettazione da parte dell’UK di non estensione dell’accordo di divorzio anche all’enclave britannica, e di porre il veto a qualsiasi futuro accordo che la riguarda tra UK e Ue.

La sfida più difficile però è il via libera dell’accordo dal Parlamento di Westminster – il voto è previsto per metà dicembre – dove, tra divisioni interne alle fazioni e lo scontento del partito nordirlandese, la trattativa non sembrerebbe essere sostenuta da una maggioranza.

In effetti, una buona parte del partito conservatore ritiene che, a causa di questo accordo, il “sogno” dell’”indipendenza” del Regno Unito dall’Ue sia stato infranto e la sua posizione calpestata, al punto da ritenere che l’UK sia stato ridotto a “uno Stato schiavo” o a uno “Stato vassallo”.

Certamente la May non incasserà il voto favorevole del partito nazionalista scozzese e del partito liberal-democratico, mentre sembrerebbe poter contare su qualche voto dell’ala laburista; sebbene la posizione ufficiale del partito laburista sia quella di opporsi a qualsiasi accordo che non soddisfi la condizione di godere delle stesse opportunità di cui si gode da Paese membro.

La premier britannica comunque non sembrerebbe essere senza speranze, considerando che potrebbe convincere i più euroscettici che questo accordo sia da preferire a un possibile annullamento della Brexit, se venisse accolta (e vincesse) la proposta laburista di un referendum per rimanere nell’Ue; e i più moderati che questo accordo sia migliore rispetto ai rischi che potrebbero derivare dall’uscita senza un accordo.

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