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Yemen: la guerra dimenticata Un grido di speranza: gli Houthi sospendono gli attacchi contro la coalizione Araba

Lo sguardo assente di Amal Hussain ha rotto il muro di silenzio sulla guerra civile in Yemen.

Il suo corpo e il suo volto scarno a causa di malnutrizione e stenti sono diventati il simbolo di una crisi umanitaria gravissima e dimenticata dal mondo. La propria morte, una settimana dopo la pubblicazione dell’articolo che l’aveva esposta allo sguardo internazionale, ha dimostrato con grande nitidezza che commuoversi non basta.

Da quasi 3 anni nello Yemen si combatte una guerra tra la minoranza sciita Houthi e il governo (Hadi) che rappresenta l’ala sunnita, vicino all’Arabia saudita. In Yemen, in queste ultime settimane è in corso una violentissima battaglia per la conquista della città portuale di Hodeidah. Il porto è una delle poche vie d’accesso per gli aiuti umanitari che alleviano le sofferenze di una popolazione costretta alla fame, dall’embargo della coalizione a guida saudita. Hodeidah, infatti, si trova sotto il controllo dei ribelli Houthi dal 2014. La coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha iniziato diversi giorni fa una nuova offensiva contro i ribelli a Hodeidah, con operazioni via terra e con numerosi attacchi aerei. Dall’inizio di novembre, gli scontri in città hanno provocato l’uccisione di almeno 600 persone. Nelle ultime 48 ore i morti sono più di 150, inclusi i civili.

Secondo l’ONU ci sono 14 milioni di persone in condizioni di carestia, di questi, 2 milioni sono bambini. L’aviazione saudita e quella dei suoi alleati dovrebbero interrompere immediatamente i bombardamenti a strutture ospedaliere, mercati e centri abitati e rispettare le norme internazionali, già troppe volte ignorate.

Norme ben precise all’interno del diritto internazionale. Nello specifico, si applica l’art. 48 del I Protocollo aggiuntivo alla Quarta Convenzione di Ginevra “I civili e la popolazione civile”. L’art. 48 è considerato una regola fondamentale, l’architrave della logica del sistema di protezione. Ovvero,“Ha lo scopo di assicurare il rispetto e la protezione della popolazione civile e dei beni di carattere civile, le parti in conflitto dovranno fare in ogni momento distinzione tra la popolazione civile e i combattenti nonché fra i beni di carattere civile e gli obiettivi militari. E di conseguenza dirigere le operazioni soltanto contro obiettivi militari”.

Se lo scopo dichiarato è di rispettare e proteggere la popolazione civile e i beni di carattere civile, allora, l’obbligo è distinguere la popolazione civile dai combattenti e, ancora, i beni civili dagli obiettivi militari.

L’UNICEF ricorda che “in oltre 3 anni di conflitto almeno 6.000 bambini sono stati uccisi o gravemente feriti dai combattimenti” e che “oltre 11 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere”. Secondo dati forniti nel febbraio 2018 dall’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, dal marzo 2015 ad oggi in Yemen sono stati uccisi almeno 5.974 civili e ne sono stati feriti otre 9.000.

A peggiorare un quadro già drammatico c’è il fatto che il Paese sia afflitto da una gravissima epidemia di colera che, nel 30% dei casi, riguarda bambini di età inferiore ai 5 anni e versi sull’orlo di una drammatica carestia. Il risultato è che attualmente 8 milioni di yemeniti rischiano di morire di fame e due milioni di bambini sono gravemente malnutriti, tanto che alcuni di essi hanno a stento la forza di respirare.

Si adombra nelle ultime ore un barlume di speranza: arriva dall’annuncio di Mohammed Ali Al Houthi, alla guida del Comitato Rivoluzionario Supremo degli Houthi. Gli attacchi missilistici e l’utilizzo dei droni contro l’Arabia Saudita sembra verranno sospesi, così come quelli contro gli Emirati Arabi Uniti.