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Le leggi coloniali minacciano ancora milioni di africani Un sistema di permessi imperialista minaccia la sicurezza alimentare e lo sviluppo

L’accesso alle risorse idriche in alcuni Paesi africani è legato ad un sistema di autorizzazioni antiquato e discriminatorio risalente all’era coloniale. Uno studio condotto dall’International Water Management Institute ha esaminato il sistema delle autorizzazioni idriche in Malawi, Kenya, Sud Africa, Uganda e Zimbabwe, che venne instaurato dalle potenze coloniali agli inizi del ‘900, ma che rimane tutt’oggi in vigore.

Il sistema prevede che le autorizzazioni siano secondo la legge un provvedimento necessario per rendere lecito l’uso dell’acqua. Il problema è che i contadini o le piccole imprese agricole, che per via delle ridotte dimensioni sono esentati dal dover richiedere il permesso in questione, vengono posti legalmente su un piano diverso rispetto alle grandi aziende, che godono invece delle autorizzazioni statali. Regolarmente, le compagnie ottengono i provvedimenti necessari per fare i propri interessi, senza che sia previsto un qualche strumento per opporvisi. I piccoli proprietari terrieri invece, che formalmente dovrebbero fare richiesta per ottenere un’autorizzazione (perché ad esempio possiedono diversi ettari), nella realtà non riescono ad ottenerli per via delle proprie ridotte capacità e delle inefficienze delle autorità statali.

Fino al 2016, le autorizzazioni in Zimbabwe ammontavano a 10.799, il 90% delle quali risalivano all’epoca coloniale. Coloro che quindi dovrebbero avere un permesso, ma non riescono ad ottenerlo, non possono utilizzare neanche un sistema a piccole pompe per irrigare pochi ettari; secondo la legge, potrebbero essere multati o finire in prigione. Dall’altra parte, coloro che sono esentati dal dover richiedere un permesso non hanno gli strumenti per difendersi da eventuali espropri dell’acqua da parte delle grandi aziende autorizzate.

Conseguentemente, l’accesso lecito alle risorse idriche rimane nelle mani di poche grandi aziende agricole o industriali, che possono permettersi le spese per chiedere le autorizzazioni. Questo sistema produce disuguaglianze, emarginando i piccoli produttori e minacciando non solo la possibilità di crescita economica, in Paesi dove il settore agricolo è ancora predominante, ma anche la sicurezza alimentare di queste popolazioni.

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