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La CEDU condanna la Russia per la violazione dei diritti del dissidente politico Navalny Con la decisione del 15 novembre, la Corte EDU dichiara che i numerosi arresti di Navalny hanno violato i suoi diritti e sono stati dettati da ragioni politiche

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso la propria sentenza nel caso Navalny v. Russia sancendo all’unanimità la violazione dei diritti dell’oppositore politico di Putin, Aleksey Navalny, arrestato sette volte negli anni tra il 2012 e il 2014 per ragioni di tipo politico.

Il cittadino russo è un avvocato, blogger, leader della campagna anti-corruzione e attivista politico, a capo del partito di opposizione russo, il Partito del Progresso. I suoi numerosi arresti sono stati generalmente dovuti all’aver organizzato e preso parte a manifestazioni non autorizzate dal governo. Nel 2017, inoltre, Navalny aveva annunciato la sua candidatura alle presidenziali russe, poi bloccata dall’amministrazione russa a causa delle sue vicende giudiziarie.

L’attivista ha lamentato davanti alla Corte europea la violazione dei suoi diritti in occasione dei sette arresti, in quanto frutto di una decisione arbitraria e illegale e privi di un giusto processo. La corte EDU, con la sentenza di pochi giorni fa, ha dichiarato la violazione da parte della Russia dell’art. 5.1, l’art. 6.1, l’art. 11 e l’art. 18 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Gli articoli 5 e 6, con i quali la Convenzione sancisce il diritto alla libertà e alla sicurezza e il diritto a un equo processo, sono stati secondo il parere dei giudici violati in diverse occasioni perché il caso di Navalny non è stato esaminato prontamente da un giudice e perché la Corte russa ha in seguito basato la propria decisione unicamente sulla base del racconto degli eventi fornito dalla polizia in occasione dell’arresto.

L’art. 11 definisce la libertà di riunione e di associazione. Trattandosi di un diritto fondamentale, questo può essere limitato dalle autorità nazionali solo in caso di misure necessarie alla prevenzione dei reati e dei disordini e alla tutela dei diritti altrui. La Corte europea rileva l’assenza di tali giustificazioni alla restrizione del diritto di associazione, così come la “necessità in una società democratica” delle misure adottate dalle autorità russe. I giudici hanno inoltre invitato il governo di Mosca a dimostrare “un certo grado di tolleranza nei confronti delle assemblee pacifiche, anche quando queste non sono state autorizzate”.

Infine, l’art. 18 CEDU statuisce il limite all’applicazione delle restrizioni ai diritti. La Corte ha verificato come Navalny sia stato arrestato diverse volte: nelle prime occasioni il cittadino aveva avuto un ruolo centrale nelle manifestazioni, mentre negli ultimi episodi è stato arrestato pur detenendo un ruolo marginale nelle proteste in corso. Di conseguenza, è evidente come le autorità abbiano adottato un atteggiamento di sempre maggior severità nei confronti di Navalny. I giudici europei hanno quindi rilevato come l’obiettivo di tale condotta sia da ricercare nell’obiettivo di “sopprimere il pluralismo politico tipico di un regime politico effettivamente democratico”, riferendosi ai principi citati nel preambolo della Convenzione stessa.

La Russia è stata quindi condannata dalla Corte a risarcire ad Aleksey Navalny con la somma di 63.000 euro per le azioni in violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.