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La BCE considera la fine del quantitative easing La cessazione del QE prevista per dicembre potrebbe avere significative ripercussioni sull’acquisto dei titoli di Stato europei

Di Vittoria Beatrice Giovine

La decisione di porre un termine alla politica monetaria espansiva, adottata nel marzo 2015, sembrerebbe esser stata nuovamente messa in discussione da parte della Banca Centrale Europea.

Se, dalla sua data d’avvio sino al settembre scorso, il Quantitative Easing (QE) ha portato la BCE a impegnare tra i 30 e i 60 miliardi di euro mensili nell’acquisto di titoli di Stato e asset finanziari, è anche vero che, secondo i piani originari, la fine del QE dovrebbe sopraggiungere per dicembre 2018. Attraverso un sistema di ‘smantellamento progressivo’, la somma spesa dalla BCE dovrebbe essere ridotta a 15 miliardi mensili a partire da ottobre, per poi essere del tutto azzerata entro gennaio 2019.

A giugno, il presidente della BCE Mario Draghi aveva annunciato che, anche dopo la fine del QE, l’azione della Banca Centrale sarebbe proseguita tramite la sostituzione dei titoli giunti a scadenza con altre obbligazioni di pari importo. La rimozione del QE era stata approvata dal board all’unanimità a seguito di un’accurata valutazione dei progressi fatti, la cui conclusione aveva portato a definire ‘sostanziale’ l’aggiustamento dell’inflazione attorno all’obiettivo del 2%.

Infatti, le stime riguardanti l’inflazione dell’Eurozona erano state interpretate al rialzo per il triennio 2018-2020 e le previsioni avevano confermato una crescita costante dell’1,7%. La BCE si era, quindi, dichiarata pronta a “rivedere i propri strumenti di politica monetaria” e a concludere il QE per dicembre, pur mantenendo i programmi di acquisto dei titoli in caso di necessità.

Nel corso degli ultimi mesi, il consiglio direttivo sembrerebbe aver avuto un ripensamento sia in merito al termine del QE sia alla tabella di marcia per il rialzo dei tassi di interesse, quest’ultimi attesi invariati fino all’estate 2019.

Lo scorso 16 novembre, durante il suo intervento a Francoforte, Draghi ha dichiarato che “l’inflazione di base dell’Eurozona continua a oscillare intorno all’1% e deve ancora mostrare una tendenza al rialzo convincente”, evidenziando come una simile situazione potrebbe avere ripercussioni sul Quantitative Easing.

Restano, dunque, da considerare le previsioni macro di fine anno per determinare quale sia la migliore linea d’azione da intraprendere. In ogni caso, la politica monetaria rimane strettamente legata ai dati e un eventuale calo della liquidità o un peggioramento dell’andamento dell’inflazione potrebbero determinare “un aggiustamento del percorso previsto per l’aumento dei tassi”.

All’interno dell’Eurozona, in Germania il PIL è diminuito dello 0,2% per via del crollo della produzione automobilistica; la Francia rischia la recessione in assenza di un miglioramento del quadro esterno, nonostante il suo PIL sia aumentato dello 0,4% nel terzo trimestre; nel caso italiano, invece, lo spread BTP-Bund ha superato i 300 punti base per la scadenza a 10 anni e le tensioni finanziarie minacciano di aggravare la precaria situazione dell’economia. Inoltre, l’appetibilità dei titoli di Stato italiani si è notevolmente ridotta e si teme che la decisione della BCE di porre fine al QE, sommata ai segnali di sfiducia dei mercati e agli allarmi delle agenzie di rating, possa dar luogo a una nuova ‘tempesta finanziaria’ sull’Italia.

L’unica certezza, per il momento, rimane il fatto che, cessato il QE, l’Italia si troverebbe ad affrontare da sola gli investitori internazionali per le aste in cui vengono collocati i titoli.