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Tim: si acuisce la crisi di Governance i risultati del gruppo L’allontanamento dell’AD Amos Genish mira ad aprire una nuova fase

I conti perennemente in rosso del gruppo TIM, che già da gennaio 2016 ha portato sotto un unico marchio anche tutte le attività della ex Telecom Italia, non lasciano senz’altro sonni tranquilli agli amministratori e agli azionisti del gruppo.

Sulla scia del 2017, infatti, come già certificato a marzo dalla società di revisione PwC, le attività del gruppo hanno registrato una perdita di 800 milioni di euro, connessa alla svalutazione dell’avviamento domestico per 2 miliardi, senza la quale l’utile netto si sarebbe attestato a 1,2 miliardi euro.

Alla presentazione dei risultati del gruppo per il terzo trimestre, tenutasi il 12 novembre scorso a Milano, l’amministratore delegato Amos Genish ha imputato le difficoltà dell’ultimo trimestre principalmente a due fattori avversi. Da una parte, le decisioni dell’Autorità di vigilanza di passare da una fatturazione di 28 giorni a una di 30 a partire dallo scorso aprile; dall’altra, l’ingresso nel mercato italiano del nuovo operatore Iliad, che ha sconvolto ogni precedente tendenza positiva.

Giustificazioni che, evidentemente, non sono parse sufficienti e credibili ai membri del consiglio di amministrazione della società. Infatti, il CDA, riunitosi in seduta straordinaria martedì 13 c.m., ha optato per la sfiducia al manager israeliano Amos Genish, con dieci voti a favore del licenziamento e cinque contro. L’occasione, tra l’altro, è stata un pretesto per uno scambio di accuse sulla gestione della società tra i rappresentanti dei due soci di peso: il gruppo francese Vivendi, che possiede un pacchetto azionario del 23,9% e il fondo attivista statunitense Elliott, che detiene il 9,2% del capitale azionario.

L’allontanamento di Genish dal gruppo si è definitivamente concretizzato con la vendita, da parte dello stesso, di un pacchetto azionario dal valore di 500.000 euro. Operazione che, avvenuta soltanto un’ora dopo la sua sfiducia, ha chiuso del tutto la sua posizione sul titolo. Di certo, si sa già che il successore alla guida del gruppo sarà il quarto manager in cinque anni a ricoprire questa carica, indice del fatto che quella di TIM è una poltrona che scotta.

Negli ultimi cinque anni molto è dipeso dall’avvicendarsi di nuovi azionisti di maggioranza nel capitale della società, con interessi e aspirazioni in parte differenti, e dalla strategia di sviluppo del gruppo in un business, quello della telefonia mobile, sempre in enorme e continua trasformazione.

Se, infatti, il brand TIM, come lo conosciamo oggi, è stato introdotto in Italia nel 1995 per iniziare a servire l’allora nascente business della telefonia mobile, oggi la strategia del gruppo punta soprattutto sulla distribuzione di contenuti in mobilità fruibili attraverso il traffico dati. Contenuti che, stando alla relazione annuale del gruppo 2017, “devono essere di intrattenimento e non solo, disponibili attraverso importanti accordi di partnership con player nazionali e internazionali, produzioni e coproduzioni di opere inedite”.

Su questo tema TIM ha ancora molto da lavorare. Ma molte delle speculazioni sul futuro passano da qui, dal versante dei contenuti. Sembra, infatti, che la clientela odierna non si accontenti più del semplice traffico dati. Spetta ora al nuovo management del gruppo provare a dare nuove risposte.