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Ricongiungimento familiare nell’UE Immigrazione e burocrazia: un connubio di difficile gestione

La riunificazione dei nuclei familiari nell’Unione Europea è regolata dalla Direttiva 2003/83, che stabilisce particolari condizioni per i rifugiati e i richiedenti asilo che intendono entrare nell’Unione a tale scopo. Le disposizioni della Direttiva ex art. 7(1) sono volutamente strutturate “a maglie più larghe” per i richiedenti asilo, al fine di permettere un agevole ricongiungimento anche qualora la documentazione, in possesso degli interessati, non sia completa o disponibile.

Nei casi che coinvolgono tematiche migratorie, il ricongiungimento familiare è subordinato (o quanto meno successivo) alla procedura di immigrazione stabilita da un dato Paese membro. La Corte di Giustizia dell’UE (CGUE) ha recentemente pronunciato un’importante sentenza sul caso K. & B. (C-380/17), interrogandosi su quale debba essere la sorte della procedura di ricongiungimento di titolari di protezione internazionale, qualora la richiesta venga introdotta oltre il tempo-limite di tre mesi e imponga, quindi, il pieno rispetto delle condizioni di cui all’art. 7(1) Direttiva 2003/83.

  1. è una cittadina afghana, madre di un minore residente nei Paesi Bassi. A detto minore, nel 2012, era stata garantita protezione internazionale ma egli non aveva avanzato domanda di riunificazione familiare entro il termine previsto, vedendosi rigettare la domanda. B. è, invece, una ragazza eritrea alla quale i Paesi Bassi avevano garantito protezione nel 2014. Anche in questo caso, la domanda di ricongiungimento familiare è stata negata (al padre), poiché avanzata un mese oltre il termine ultimo. In entrambi i casi, i ricorrenti adducevano a motivazione del ritardo una carenza di informazioni o un’incomprensione con le autorità che avrebbero dovuto fornire loro il supporto legale necessario.

La CGUE, nel decidere la questione, ha tenuto in considerazione la giurisprudenza in materia e l’approccio seguito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in relazione alla vita privata e familiare. Secondo i giudici della Corte, vigono i tradizionali princìpi di equivalenza ed effettività (il secondo dei quali vieta alle procedure nazionali di rendere eccessivamente difficoltoso o irrealizzabile lo scopo ultimo della norma europea). La Corte ha, quindi, ritenuto che il tempo-limite di tre mesi per la presentazione della domanda (come stabilito dalla normativa olandese) non rappresentasse per se un ostacolo al diritto al ricongiungimento familiare, purché gli Stati informino debitamente i soggetti interessati.

La decisione della Corte mostra come l’approccio olandese, che tende a differenziare tra ricongiungimento familiare di beneficiari di protezione internazionale e non, può essere mantenuto, non violando la Direttiva europea. Il fatto che una domanda di ricongiungimento avanzata oltre il termine dei tre mesi determini l’applicabilità dei requisiti sanciti dall’art. 7(1) della Direttiva non viola i diritti fondamentali dei ricorrenti.

Ciò, sebbene possa apparire un problema secondario, determina conseguenze rilevanti, specialmente se si considera la grande difficoltà che un richiedente asilo può incontrare nel ricevere e comprendere informazioni burocratiche, nonché nel reperire documentazione e informazioni attendibili circa il suo stato familiare. In questo caso, il lavoro fatto dalla Corte non si è basato sul bilanciamento proporzionato degli interessi (attuato, invece, dalla Corte EDU), bensì sulla necessità di non vanificare l’effetto utile della Direttiva, che risulta, in questo caso, pienamente salvaguardato.

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