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The sanction game Gli Stati Uniti impongono le sanzioni, i loro alleati prendono le distanze

E alla fine arrivano le sanzioni.  Il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ha salutato l’entrata in vigore delle nuove sanzioni all’Iran come “le più dure di sempre”. Pompeo ha, inoltre, spiegato che con il nuovo round di sanzioni il governo iraniano “non avrà più alcun introito da spendere in terrorismo, proliferazione missilistica, guerre per procura regionali, o programmi nucleari”.

Queste affermazioni rispecchiano appieno il sistema di alleanze mediorientali di Washington che, dopo aver ampiamente fallito il proprio piano di ‘ristrutturazione politica’ in Siria, ha sperimentato una serie di insuccessi nell’area, a vantaggio dell’alleanza russo-iraniana. Queste sanzioni dunque hanno come obiettivo sia quello, ormai passato, di spronare l’elettorato Repubblicano conservatore e anti-iraniano per le elezioni di midterm, sia di concedere ulteriore vantaggio agli ultimi due solidi alleati nella regione, ovvero Israele e l’Arabia Saudita.

Entrambi gli alleati, infatti, stanno molto soffrendo quest’ultima stagione geopolitica: Israele perché è stato messo all’angolo dai nuovi accordi militari tra Siria e Russia, che depotenziano il suo dispositivo di offesa bellico; l’Arabia Saudita invece perché vede continuare la sua disastrosa guerra in Yemen contro i ribelli Houti e perde di credibilità internazionale.

Dal canto suo l’Iran, tramite il premier Hassan Rouhani ha risposto duramente al governo statunitense, con manifestazioni filo-governative e con la promessa di aggirare queste sanzioni e addirittura di spezzare il blocco sanzionatorio. E, in effetti, potrebbe anche riuscirci.

Innanzitutto, Mikhail Ulyanov, rappresentante permanente della Russia presso le organizzazioni internazionali a Vienna, ha affermato che: “la decisione statunitense di reintrodurre le sanzioni contro l’Iran è assurda e pericolosa nelle sue conseguenze, perché fa deragliare il Joint Comprehensive Plan of Action sul programma nucleare iraniano”.

Per la Turchia, membro NATO, Erdogan ha sottolineato che “le azioni degli Stati Uniti sono sbagliate e mirano a sconvolgere l’equilibrio mondiale”. Una posizione molto dura, che riflette il cambiamento di interessi in corso nell’area, con le posizioni di turchi e iraniani più vicine rispetto ad un decennio fa.

Anche l’UE, nelle parole di Federica Mogherini, l’Alto Rappresentante europeo per gli Affari Internazionali, ha assicurato che “l’Europa proteggerà quegli attori economici che fanno legittimamente affari con Tehran, in linea con la legislazione europea” e con le risoluzioni ONU.

Infine, è bene sottolineare che la stessa lista delle sanzioni esclude numerosi grandi Paesi come Cina, India, Giappone e Italia, essendo evidente l’impossibilità di sanzionare tutti, alleati e non, e considerando l’immenso impatto negativo sull’economia mondiale che avrebbe un rigoroso e totale embargo sull’Iran.

L’esportazione di prodotti petroliferi iraniani, infatti, che nel solo 2017 fruttava un ammontare pari a 55 miliardi di dollari, equivalente a circa il 12% del PIL del Paese, copriva prima del 2012 circa l’8% della domanda petrolifera mondiale ed è cruciale per tutti quei Paesi che dipendono dall’importazione di petrolio.

Di conseguenza, l’Iran potrebbe anche spuntarla stavolta, ma la leadership politica iraniana rischia di saltare se fallisce in questo pericoloso gioco di alleanze e sanzioni.

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