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Hate speech e diritti dell’uomo La Corte EDU e il caso Kurşun c. Turchia

Il c.d. hate speech ricade sotto la protezione garantita dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo? In quale misura – e sotto quali forme – si può considerare legittimo?

Su queste questioni, tra le altre, è stata chiamata ad intervenire la Corte EDU nel recente caso Kurşun c. Turchia (n. 22677/10). Il giudizio, che ha visto condannare la Turchia per violazione dell’art. 8 CEDU, si basava sul ricorso di due docenti universitari turchi i quali, a causa delle loro posizioni espresse su un rapporto riguardante la difficile situazione in cui versano le minoranze turche, si sono trovati oggetto di una campagna denigratoriaal limite della diffamazione da parte di alcuni organi di stampa, condita da veri e propri insulti e minacce.

I ricorrenti, dopo aver esperito tutti i ricorsi interni come prescritto dalla Convenzione EDU, e dopo averli visti tutti respinti sul piano interno in quanto, secondo i giudici turchi, la libertà d’espressione deve essere garantita, hanno deciso di ricorrere alla Corte europea, tanto più alla luce delle crescenti paure per l’incolumità della loro persona. Nello specifico, “les requérants se plaignent de ne pas avoir pu obtenir réparation du dommage moral qu’ils allèguent avoir subi en raison des articles de presse qui, selon eux, contenaient des insultes, des menaces et des discours de haine à leur encontre, portaient atteinte à leur dignité et participaient à une campagne de «lynchage moral» tendant à dresser l’opinion publique contre eux”. Inoltre, i ricorrenti hanno ritenuto che vi fosse stata anche una violazione dell’art. 10 CEDU in quanto le autorità statali turche non avrebbero ottemperato ai propri obblighi positivi: “qui leur incomberait de garantir l’exercice par eux de leur droit à la liberté d’expression face à des articles de presse qui auraient eu pour buts de les intimider et d’étouffer le débat ouvert par le rapport relatif aux droits des minorités”.

La Corte, tuttavia, nel tracciare la difficile linea di demarcazione tra la legittima libertà di espressione e la parimenti legittima protezione della vita privata e familiare, ha ritenuto che nel caso in esame vi fosse stata violazione dell’articolo 8 Convenzionale. Constatando che, “certains (…) passages sont clairement de nature à appeler directement ou indirectement à la violence ou à constituer une justification de la violence”,  la Corte ha infine stabilito donc que les attaques verbales et les menaces physiques, proférées dans ce contexte à l’encontre des requérants dans les articles litigieux, visaient à réprimer leur personnalité intellectuelle, en leur inspirant des sentiments de peur, d’angoisse et de vulnérabilité propres à les humilier et à briser leur volonté de défendre leurs idées”.

Pierre Clement Mingozzi

Maturità Classica
Laurea Triennale in Scienze Internazionali dello Sviluppo e della Cooperazione
Anno accademico 15/16 presso Sciences Po Toulouse
Inscritto alla specialistica in “Studi Giuridici Europei”, Dipartimento di Giurisprudenza, Università di Torino
Coposervizio della sezione “Diritto Internazionale ed Europeo”, MSOI thePost

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